Un nuovo inizio

In evidenza

Domenica sera, ore 23:01.

Sono in camera, sdraiata sul letto, davanti al pc. La tensione sale sempre più, si fa sentire e prende corpo dentro me, è prepotente.

Domani inizierà una grande avventura, probabilmente una delle più grandi avventure vissute finora, poiché uno dei miei più grandi sogni si sta per avverare.

Ricordo bene quando fin da piccolina sentivo dentro di me una forte attrazione verso terre lontane, che per me erano rappresentate da immagini colorate, spesso accompagnate da volti di bambini. Volti che mi trasmettevano una forte sensazione di malinconia e che iniziavano entravano in sintonia con le vibrazioni del mio cuore, vibrazioni simili a quelle della bacchetta di un rabdomante quando si avvicina ad una fonte d’acqua. 

Credo d’averla trovata anche io la mia sorgente d’acqua, uno spazio ed un tempo in cui poter esprimere la mia persona nella sua autenticità.

Domani inizierà ufficialmente il mio anno di Servizio Civile, poiché le scuole di Santo Domingo de Los Colorados riapriranno ed i bambini ecuadoriani ricominceranno la scuola. Io sarò lì, in una di queste, solo che il contesto scolastico di cui prenderò parte è diverso dagli altri, è speciale!

La scuola dove vivrò il mio anno di Servizio Civile si chiama “Soñando por el Cambio” ed è frequentata da bambini e da ragazzi, che purtroppo i loro sogni li hanno visti frantumare molto presto. Son bambini appartenenti a contesti di vita molto difficili, con alle spalle storie di povertà, criminalità e violenza, sono bambini che hanno visto e vissuto eventi che la maggior parte di noi può a malapena immaginare nei suoi peggiori incubi. Loro no, purtroppo loro non hanno fatto solo un brutto sogno, non possono svegliarsi il giorno dopo, tra gli abbracci e l’affetto di una mamma e di un papà, e ricevere parole di conforto.

Il titolo del progetto in cui lavorerò è bellissimo e rispecchia il fine di dare a questi ragazzi la possibilità di riprendere a sognare, di credere in un cambiamento, di poter prendere una direzione alternativa e di costruirsi un futuro in cui potersi realizzare.

Domani conoscerò questi ragazzi per la prima volta, vedrò i loro volti, ascolterò i loro nomi e le nostre vite inizieranno ad intrecciarsi per camminare insieme durante quest’anno. Sarò testimone di qualcosa di pazzesco, qualcosa che va al di là di qualsiasi immaginazione ed è ora, è adesso; posso solo fare un bel respiro, rimboccarmi le maniche e munirmi di tanta pazienza e di forza di volontà, rimanendo disponibile a ricevere ciò che quest’anno mi regalerà, mantenendo gli occhi curiosi di un bambino alle prime scoperte.

Sarà difficile, sarà una sfida continua con me stessa ed i miei limiti, sarà sacrificio, dolore e saranno molti i momenti in cui penserò di non farcela, in cui vorrò mollare tutto all’aria, in cui non mi sentirò pronta. Ma poi mi ricorderò dei tanti, troppi, motivi che mi hanno spinta a compiere questa scelta (“coraggiosa” l’hanno definita in molti, “naturale” la descriverei io), stringerei i pugni ed andrei avanti, consapevole dell’unicità di ciò che sto vivendo e della grande opportunità di crescita che mi si pone davanti.

Sono qui in qualità di volontaria ed il mio obiettivo sarà quello di aiutare queste persone, ma già so che sarò io la prima a ricevere aiuto da loro, ad imparare tanto dalle loro storie di vita, ad allargare il mio cuore grazie a quanto di prezioso riceverò.

“Più ci saranno gocce d’acqua pulita, più il mondo risplenderà di bellezza.”
(Madre Teresa di Calcutta)

Un Natale all’equatore

Ciao,

è da un po´che non scrivo qui, probabilmente perché son tante le cose accadute in questi mesi, tante troppe e come piú volte ho espresso diventa davvero complicato poter fermare il tempo con parole, sarebbe come arginare un fiume in piena, semplicemente non si puó.

Nel bene e nel male il mio anno di Servizio Civile prosegue e ha portato con sé anche le vacanze di Natale. Natale per me é sempre stata una festa magica, le luci, i regali, l’atmosfera che emana.. Ogni anno peró mi soffermo a pensare a tutti coloro che di questi dettagli ci fanno poco, quasi nulla, a tutti coloro che non possono riunirsi davanti al focolare domestico e vivere coi propri cari la festa.

Quest’anno piú che mai ho chiari nomi, volti e storie di alcune di queste persone.

I bimbi del progetto dove lo avranno trascorso? Cosa avranno mangiato? Sarà tornata a casa la mamma di Ana e Pablo? Avrà esagerato con i brindisi il padre di Emily e Jariel? Avranno ricevuto un regalo Celeste ed Alexis?

Queste alcune delle tante domande che frullano nella mia testa e che continueranno ad accompagnarmi nel corso delle giornate…

È stato un Natale al caldo, un Natale all’Equatore , senza neve o luci e addobbi per le strade, un Natale differente.

E di nuovo mi trovo a relativizzare situazioni e a prender sempre piú consapevolezza del fatto che ció che noi diamo per scontato non lo é affatto, per lo meno dall’altra parte del mondo!

Qui quando le persone si salutano dicono “cuidate”, ovvero “prenditi cura di te”, ed é un bellissimo augurio che riporto a ciascuno di voi, che mi leggete e sostenete da lontano, mi arriva il vostro calore!

Spero che abbiate trascorso un Natale sereno in compagnia delle persone a voi piú care.

Vi invito a non dar nulla per scontato e a coltivare i vostri legami vivi con amore e dedizione, come fossero piante continuamente bisognose di luce ed acqua.

Buon anno nuovo a tutti voi, un abbraccio oltreoceano!

“Non preoccupatevi mai delle dimensioni del vostro albero di Natale. Agli occhi dei bambini, sono tutti alti”. – Larry Wilde

L’altra faccia della medaglia

Finora ho parlato e scritto di quanto quest’esperienza mi stia donando, esaltandone l’unicità e la bellezza.

Ogni esperienza, però, è formata anche dall’altro lato della medaglia, il cosiddetto “lato oscuro”. Criticità e problematiche con le quali inevitabilmente ho avuto a che fare, ritrovandomi in situazioni nelle quali non avrei voluto ritrovarmi. Ma dal momento in cui ciò è accaduto, voglio parlarne!

In Ecuador, nella città di Santo Domingo, ogni giorno un numero imprecisato di bambini cammina per le strade con in mano una scatoletta, di solito contenente dolciumi, con l’intento di venderne alcuni. O, per meglio dire, seguendo l’intento di qualcun altro, le direttive di chi è complice e artefice di questo e che vi si cela dietro, più o meno segretamente.

Non so di preciso quanti anni abbiano questi bambini, sicuramente troppo pochi.
Nelle loro brevi vite già hanno dovuto imparare a contare i centesimi in fretta e ad assumere l’atteggiamento da venditore.

Nella stessa età in cui le loro preoccupazioni dovrebbero riguardare il non saper se impersonificare l’Uomo Ragno o Batman o se scegliere cioccolato o vaniglia da mettere sul gelato.

Chissà se hanno mai avuto l’occasione di guardare qualche cartone animato o di gustare un buon gelato questi bimbi.
Non esistono parole giuste, ma tanta è l’indignazione ed altrettanta la volontà di far qualcosa nella speranza di un cambiamento.

Un cambiamento seppur piccolo ma significativo, parte di un cammino ancora lungo da percorrere. D’altronde una casa si costruisce partendo dalle fondamenta.

Finché l’uomo sfrutterà l’uomo, finché l’umanità sarà divisa in padroni e servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui.
(Pier Paolo Pasolini)

Il tempo a “Soñando Por El Cambio”

Santo Domingo de los Colorados, ore 6:30: la sveglia suona e sono già giù dal letto pronta per affrontare una nuova giornata. Assieme a me vi sono le mie compagne d’avventura, Ludovica e Francesca, con le quali condivido ogni giorno tra casa e lavoro.

Al progetto “Soñando Por El Cambio” la giornata inizia presto, alle 8 si esce di casa, pronte a prendere il nostro taxi di fiducia. L’autista si chiama Darwin ed ogni mattina ci aspetta pazientemente e ci accompagna a lavoro, con tanto di colonna sonora inclusa (ormai sta iniziando ad apprezzare anche lui le hit di Renga, Mengoni e Giusy Ferreri!).

Appena il taxi varca il cancello del progetto non ho neanche il tempo di pagare la corsa che già mi ritrovo fuori dall’auto, circondata da bambini sorridenti e pieni d’energia, che mi accolgono con un pimpante: “Buenos días, Flavia!”.

Sono le 8:30 e le classi hanno inizio: “Lengua y Literatura”, “Matemática”, “Estudios Sociales”, “Ciencias Naturales” e “Inglés” sono alcune delle materie a cui assistono ogni giorno.

Per ogni materia vi è un professore differente ed i bambini turnano di classe in classe in base al loro orario. Io insegno “Desarollo Humano E Integral” e per cui affronto tematiche di carattere civico, cercando di trasmetter loro qualche nozione sui diritti umani e sull’importanza del rispettare il prossimo, laddove il rispetto è uno dei principali fattori che è venuto a mancare nelle loro brevi ma intense storie di vita.

Ore 12:45, terminano le classi ed è ora dell’“almuerzo”, tutti corriamo verso la mensa, attraverso una lunga rampa di scale che collega la parte delle aule a quella degli uffici (segreteria, psicologia, infermeria e area professori). Quest’ultima è composta anche dal dipartimento di psicologia, in cui ci si occupa di alcune esigenze dei bambini e delle loro famiglie, tra cui visite domiciliari, ascolto, terapie, conseguimento di documenti e seminari.

Ore 14: iniziano i “taller”, ovvero i laboratori professionalizzanti e sportivi. Lotta olimpica, basket, calcio, pallavolo, meccanica, sartoria e cucina, nonché laboratori ludico-ricreativi per i più piccolini, animano i pomeriggi al progetto fino alle 16. Ognuno di loro partecipa al taller che più lo rappresenta, sfruttando l’opportunità d’imparare un mestiere o di praticare uno sport all’aperto.

Per concludere la giornata vi sono le docce, in cui i bambini vengono divise dalle bambine e noi volontarie dobbiamo assicurarci che tutte si lavino e che lascino i bagni in buone condizioni.

Alle 17 tutti i bambini si avviano verso il “comedor” per prendere la loro merenda e tornare a casa!

Il tempo al progetto sociale “Soñando Por El Cambio” segue un corso particolare, per cui le giornate sembrano volare ed in un battito di ciglia ti ritrovi a fine giornata, sebbene allo stesso tempo, mentre le vivi, le ore sembrano dilatarsi per la loro intensità.

I bambini sono in totale 120, con un età compresa tra i 6 ed i 17 anni, ciascuno con la propria particolare storia e con i propri sogni nel cassetto. Anche se provengono da storie di vita molto dure e perciò portano con loro i segni di un passato poco generoso, noi volontarie crediamo fortemente che un giorno questi sogni possano uscire dal cassetto in cui sono rinchiusi e volare in alto.

Per questo camminiamo fianco a fianco a loro, cercando di realizzare il nostro meglio per poter lasciar qualcosa di concreto.

L’esperienza di Servizio Civile è un esperienza a 360°, che ti permette d’acquisire competenze in ambiti differenti e di crescere in maniera esponenziale, acquisendo la preziosa capacità d’andare oltre limiti e pregiudizi e di scoprire che al di là dei tanti “se” e dei tanti “ma”, che siamo abituati ad ascoltare ogni giorno, vi è un mondo da esplorare e da conoscere coi propri sensi.

E’ un’esperienza al servizio degli altri, anche se ricevi molto più di quanto dai.

Un’esperienza che ti cambia la vita!

Dalla parte “giusta” del mondo

Perché son nata in una certa parte del mondo? Nella parte “fortunata” del globo.

Questa è la domanda che ultimamente fa spesso capolino nella mia testa. La vita è un delicato e perfetto equilibrio di coincidenze e di incontri, da un piccolo sguardo può nascere qualcosa di inimmaginabile e di più grande ancora.

Perché? Perché i piccoli con cui condivido le mie giornate, camminando fianco a fianco, non hanno e forse non avranno mai tutte le opportunità e possibilità che ho io? Perché non potranno diventare avvocati, medici o ingegneri, o qualsiasi altro vorrebbe essere?

Una lacrima mi scende se penso a quanto tutto questo sia ingiusto. A quanto queste brevi vite abbiano già vissuto dieci vite diverse, affrontando situazioni che non possiamo neanche immaginare.

Fino a quanto può arrivare la cattiveria e di conseguenza il dolore umano? Ne sto prendendo leggermente coscienza, grazie alle loro storie di vita: storie di violenza, soprusi e maltrattamenti.

Toccare con mano, anche se da esterna, ciò che hanno vissuto e che continuano a vivere mi aiuta a capire quanto, nonostante tutto, la vita sia un dono meraviglioso, quanto l’essere umano possa adattarsi e sopravvivere anche in condizioni estreme e tutto questo perché in ognuno di noi è insito un amore viscerale per la vita.

Allo stesso tempo una fortissima rabbia ed un senso di frustrazione mi assalgono: c’è qualcosa che posso fare per cambiare le cose?

Cerco affannosamente una risposta tra le nozioni apprese a scuola, tra qualche film visto o esperienza di vita.. Ma tutto sembra così maledettamente inutile!

Forse non c’è una soluzione, una risposta giusta e probabilmente non potrò mai cambiare le cose, troppo complicate e fuori dalla mia portata.

Quel che posso fare però è continuare a camminare coi miei piccoli amici, passo dopo passo, stringerli la mano e mostrare loro un’alternativa di vita, dove il rispetto per sé stessi e per il proprio corpo è possibile, un diritto.

Rimanere lì, nonostante gli schiaffi, gli insulti e le occhiatacce, rimanere lì INSIEME e NONOSTANTE TUTTO.

“Soprattutto, siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo. È la qualità più bella di un rivoluzionario”.

Che Guevara, 1928-1967

Con un pizzico di giudizio in meno!

Venerdì scorso sono andata a togliermi i denti del giudizio, due in una sola botta, arcata inferiore! Non avevo idea di quanto male potesse fare un’operazione del genere, a tutti coloro che vanno in giro dicendo che è una semplice operazione di routine e che lascia giusto una piccola molestia vorrei dire che: “E’ un’enorme bugia!!!”

Mi chiedo spesso come mai le cose non vengano raccontante in maniera autentica, semplice e diretta: “L’estrazione dei denti del giudizio fa molto male, o almeno c’è un’alta probabilità che questo accada”. Avrei preferito di gran lunga ricevere questa notizia, più veritiera ed inerente alla realtà che sto vivendo negli ultimi giorni.

Sono chiusa in casa da 5 giorni e questo perché l’operazione è stata parecchio dolorosa, mi hanno messo 4 punti ed ho semplicemente bisogno di riposare. Dopo mesi in cui faccio la trottola, le condizioni esterne mi hanno “obbligata” a smettere di girare per un po’ di tempo ed a fermarmi, semplicemente ricongiungermi con il tempo che scorre e a sentirlo dentro di me.

Devo dire che questo tempo si sta rivelando molto utile, perché (nonostante la sensazione di noia che inevitabilmente accompagna un internamento dentro casa) mi sta dando l’occasione di fermarmi a riflettere un po’. Lasciar andare i pensieri indietro e rivalutare quanto vissuto finora.

Questi 3 mesi sono stati semplicemente rivoluzionari, chi l’avrebbe mai detto fino a qualche tempo fa che mi sarei ritrovata dall’altra parte del mondo, in una nuova città, seduta nel salone della mia nuova casa a scrivere queste parole.

In questi giorni sta tornando a galla, in maniera più intensa, la sensazione di nostalgia di casa, della mia terra e delle persone a me più care. Sarà che ho anche più possibilità di pensarci (visto che quando sono al progetto la mia mente è troppo impegnata in altro) o di effettuare più videochiamate verso l’Italia, che ad ogni conclusione mi fanno scendere la lacrimuccia.

Sto riflettendo molto sul vissuto di questi 3 mesi intensi e, per quanto sia ancora tutto molto vivido e poco inquadrabile razionalmente, devo dire che l’elemento che si contraddistingue tra tutti i pensieri sia la mia smodata capacità di giudizio! Sin da piccolina mi hanno sempre detto che ero una bimba molta giudiziosa, che sapeva far le cose nel modo giusto e che riusciva quasi sempre bene a realizzare quel che doveva.

Ebbene, mi ritrovo a ragionare proprio su quel “doveva” o su quell’estrema capacità di “giudizio” e mi chiedo: “Non è che forse sia troppo?” “Non è che a volte sarebbe meglio prender ciò che mi capita più alla leggera e farselo scivolare addosso?”. Dovevo aspettare di estrarre i famosi molari per arrivare a questo punto? Forse si! E ci sono arrivata perché mi sto rendendo conto di quanto in questi giorni mi sia focalizzata sul far le cose e farle al meglio, rasentando (almeno nella mia testa) livelli perfezionistici.

Non sto dicendo che sia sbagliato cercar sempre di dare il massimo ma che a volte sia più importante il “mentre facciamo” qualcosa piuttosto che il “risultato di quanto fatto”. Viene prima l’allenamento per una partita che la gara in sé, fosse solo per il fatto che a quella gara non ci si arriverebbe senza il duro allenamento precedente.

E allora sai che c’è? Voglio propormi e proporre a voi (se già non lo fate) una buona intenzione: iniziamo a vivere di più il momento presente, concentriamoci sul qui ed ora senza troppe aspettative, arrabbiamoci di meno se non tutto va come vorremmo, ma impariamo ad apprezzare i dettagli in più.

Sabato prossimo al Progetto “Soñando por el Cambio” ci sarà un “almuerzo solidario”, ovvero un pranzo solidale, e noi volontarie abbiamo pensato di organizzare un piccolo spettacolo coi ragazzi più grandi. Così abbiamo trovato qualche copione per delle piccole scene da mettere in atto per gli ospiti del pranzo. Mi sono così trovata a gestire una situazione che già conosco: coordinare un gruppo di ragazzi per realizzare una performance. Ebbene, mi sono resa conto di quanto io fossi eccessivamente concentrata sul far uscire fuori un bel lavoro, sul realizzare una buona prestazione finale, tanto da arrabbiarmi un po’ troppo con chi iniziava a dar fastidio o non si impegnava abbastanza e da non valorizzare anche un sano momento di svago.

Sarà che l’estrazione dentale avrà estratto anche un po’ di giudizio? Sto capendo l’importanza della capacità di esser leggeri e di sapere prender le cose anche con leggerezza quando serve; son sicura che questa consapevolezza la sto raggiungendo grazie alla sensazione di “shallezza” che mi trasmette questo paese e le persone con cui sono a stretto contatto tutti i giorni.

Essendo stata male, non ho potuto continuare a portare avanti le prove di teatro ma l’hanno fatto le mie compagne, e sai che c’è? Che sicuramente il risultato finale andrà bene e non perché ci saremo improvvisamente trasformati in attori e registi di Hollywood ma perché avremo condiviso un piccolo percorso insieme, camminando l’uno al fianco dell’altro ed aiutandoci a vicenda. In fondo è questo quel che conta: puntare lo sguardo verso lo stesso orizzonte, crederci insieme ed assaporare il momento.

D’altra parte la meta acquista più significato se considerata alla luce del viaggio intrapreso per raggiungerla.

Laboratorio di teatro intento nella lettura dei copioni

“Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.”
(Albert Einstein)

Compromiso

Sono passate 3 settimane dall’inizio della scuola, eppure mi sembra di stare qui da una vita.

Una parte di me sente un collegamento speciale con questa terra, con queste persone, con i loro modi di fare e di parlare.

Eppure sono sempre io, Flavia, la straniera, che viene da un altro paese e che è qui in qualità di testimone di un anno nuovo.

Fernando, Yuri, Celeste, Daniele, Alexi, Jennifer, Marco… Sono solo alcuni nomi dei bambini e dei ragazzi che da meno di un mese riempiono le mie giornate. Si comincia la mattina dalle classi: “Qué clase dà usted?”, mi chiedono (anche se son già passati giorni dall’inizio delle lezioni), “Desarollo Humano e Integral”, rispondo io (meno convinta di loro sul tema di cui tratta la mia materia).

Molto spesso mancano dei professori e quindi arriva Noè, il subdirettore del progetto, e mi chiede se posso sostituire il professore di “Matematica” piuttosto che quello di “Lengua e Letteratura”, “Claro!”, rispondo io (con una convinzione ancora minore rispetto a quanta ne avessi dopo la mia risposta precedente).

Nonostante non abbia la più pallida idea di cosa voglia dire essere una professoressa, ogni giorno mi invento e reinvento le attività da proporre in classe, con risultati più o meno accettabili!

Finite le classi, che iniziano alle 8:30 per finire alle 12:45, inizia il pranzo al comedor, dove tutti i bambini del progetto si riuniscono e potete giusto immaginare cosa significhi metter 130 bambini in una stanza tutti insieme!!! 😀

Dalle 14 iniziano i “taller”, ovvero i laboratori, per i quali ho deciso di intraprendere una nuova strada: ho proposto di allenare una squadra di pallavolo!!!

In Ecuador non esiste la pallavolo “classica” per noi Europei, bensì il cosiddetto “Ecuivoley”, il quale è uno sport a sé, con le proprie regole ed i propri ruoli e si discosta parecchio dal nostro modo di giocare a pallavolo.

La mia idea inizia era quella di metter su una bella squadra e magari di accompagnarla in un campionato; eppure ogni pomeriggio è una fatica continua nel cercare di richiamare Andy che ha iniziato a scappare fuori dal campo, Luis che si è arrampicato sul canestro o Danna che si addormenta a bordo campo! La volontà ce la metto tutta ma è tanto tanto faticoso! Certo che la gioia che provo quando finalmente riesco a vederli giocare per 5 minuti di fila è indescrivibile!

La parola chiave in queste ultime due settimane per me è stata: COMPROMESSO. Ogni giorno è una continua ricerca all’equilibrio, equilibrio sottile che si dissolve appena ti volti dall’altra parte; ogni giorno è un continuo tenere a mente tante belle idee accompagnate dalla perenne sensazione che forse solo un quarto di esse si potranno mettere in pratica; ogni giorno so che dovrò combattere con una costante frustrazione per voler fare di più, molto di più, rispetto a quanto mi sembra di fare. So che ho ancora molto tempo a disposizione per realizzare concretamente qualcosa di buono per questi bambini, ma questo stesso tempo a disposizione sembra che mi scivoli tra le mani, corre più veloce di me ed io cerco di stargli dietro!

Domani inizierà un altra settimana e spero di riuscire a portare un po’ di luce nei cuori di questi bambini e ragazzi; eppure già so che, come sempre, saranno loro a riempire il mio!

La squadra di voley in azione!
La lavagna della mia aula.
Le parole in basso a destra sono quelle più usate dai bambini e delle quali mi chiedono spesso la grammatica.
Questa è la mia aula, in un raro momento di quiete, in attesa che cominci la bufera

“Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte.” —  Amos Oz

Planificación

E’ di nuovo domenica, sono le 22: 34 qui a Santo Domingo e questo è l’unico momento della settimana in cui posso permettermi di far fluire i pensieri liberamente e di immergermi in essi, lasciandomi trascinare dalla loro corrente.

La prima settimana al progetta è stata intensa, mentirei se dicessi che è stato tutto facile, che ritrovarmi in una classe con più di 40 occhi curiosi ed indagatori puntati addosso sia stata una passeggiata o che cercar di trovare la parola giusta da dire o l’attività più adatta da proporre, per tenere occupati i bambini, sia stato semplice.

Non avevo idea di cosa mi sarebbe aspettato, mi son ritrovata immersa in una situazione che attendevo da mesi e come quando si affronta una situazione tanto attesa le aspettative padroneggiano la scena. Tante volte mi sono immaginata quelli sguardi, quei volti, altrettante mi son soffermata ad indovinare i nomi dei ragazzi e finalmente tutto ha acquisito concretezza, i colori e le immagini della mia testa hanno preso forma e si son materializzati davanti ai miei occhi.

Tante volte i miei colleghi di lavoro al progetto mi hanno ripetuto che questi bambini sono terribili, che mi avrebbero fatto dannare, che qualsiasi attività li avrebbe stancati dopo qualche prezioso secondo e che avrebbero spremuto le mie energie psicofisiche fino all’ultimo goccio. Così è stato!

Ognuna di queste profezie si è avverata e molti, troppi, sono stati i momenti in cui mi sono sentita a disagio e poco all’altezza della situazione. D’altronde non sono una professoressa e non ho una buona padronanza della lingua spagnola (considerando che qui in costa parlino in un modo ancor più complesso da comprendere); per cui, già nel mio paese sarebbe difficile intrattenere in un’aula 20 bambini provenienti da situazioni più o meno circoscrivibili nella norma, figuriamoci far la stessa cosa in un paese straniero con bambini di un progetto sociale.

Si sente ripetere spesso che i bambini son speciali e genuini e che basta guardarli negli occhi per comprendere il significato della parola purezza. Io sento di ribadire l’autenticità di questo concetto, sebbene i bambini del progetto “Soñando Por El Cambio” lo siano ancora di più: son più speciali, più autentici e più genuini.

I loro occhi parlano e dicono tante cose, c’è chi ti abbraccia, chi ti sorride, chi evita lo sguardo, chi ti sfida, chi ti offende, chi piange, chi corre, chi si picchia e tutti, ciascuno di loro, hanno una storia alle spalle che pesa e che influenza prepotentemente il loro modo d’essere e di comportarsi. Nelle loro peculiarità, però, vi è un fattore comune che tutti li comprende, come una ragnatela invisibile che racchiude nella sua morsa le piccole prede del suo creatore: il dolore, un dolore silenzioso e a tratti invisibile, un dolore che c’è, è vivo e che si manifesta attraverso i più svariati modi.

Siamo solo all’inizio e già questo dolore è entrato a far parte di me, a conoscere e a compenetrare il mio. E’ stata una settimana di forti tensioni, sia per la situazione complicata che esiste tra il personale del progetto, sia per la forte sensazione di esser naufragata in un mare che non conosco, senza una bussola per orientarmi e circondata solo da acqua, tanta acqua, in qualsiasi direzione io volga lo sguardo.

Sarà un anno tosto, questa è l’unica certezza, per il resto sto cercando di tener a mente il motivo principale per cui son qui e di non perderlo di vista: realizzare qualcosa di concretamente buono per questi bambini e ragazzi. Questa è un’altra certezza e farò di tutto per realizzarla, nonostante gli innumerevoli “nonostante”, i “se” ed i “ma”.

Avrò un anno per entrare nei loro cuori delicati in punta di piedi e per cercar di conquistare la loro fiducia senza tradirla, anche se probabilmente avverrà, pur non volendolo, come già troppe volte (purtroppo) è successo nelle loro brevi ma già intense esperienze di vita.

Perciò ho sfruttato questo fine settimana per mettere giù quattro righe ed iniziare una “planificación”delle attività da proporre per le settimane che verranno, “planificación” che sarà la mia bussola iniziale verso la ricerca di una scialuppa in quest’oceano agitato dove mi ritrovo, “planificación” che mi aiuterà a sentirmi un po’ più preparata, sebbene ci sia poco da pianificare quando si vive la spontaneità dell’incontro con l’altro.

“Non tutti possiamo fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore.” (Madre Teresa di Calcutta)